peter brook metateatro e vita

Peter Brook, metateatro e vita si incontrano in “Why?”

“Why?” di Peter Brook e Marie-Hèléne Estienne: una riflessione sui tanti perchè del Teatro ed un omaggio a Vsvolod Mejerchol’d

Peter Brook, metateatro e vita: tutto comincia con soli tre attori sul palco e poco altro. In nero esistenziale, contornati da pochi oggetti, e immersi in un minimalismo che serve a concentrare l’attenzione su qualcosa d’altro. Su un livello superiore. A Solomeo, sabato scorso, è tornato Peter Brook con il suo Why?, in lingua originale e sottotitoli in Italiano per coinvolgere il pubblico in un avventuroso viaggio della memoria, partendo dagli interrogativi di base sul fare teatro.

Peter Brook, metateatro e vita

E’ teatro nel teatro, quello proposto in Why?, per riflettere sui tanti perchè, fili potenti e sottilissimi che collegano su vari piani teatro e vita. Un metateatro a cui si accede anche, e forse soprattutto, attraverso le grandi biografie nella storia del Teatro del Novecento. In Why? Peter Brook fa incontrare metateatro e vita nel vibrante omaggio a Vsvolod Mejerchol’d e a Gordon Craig, Konstantin Stanislavskij e Vladimir Majakovskij. E lo fa guidando lo spettatore attraverso le domande che gli attori stessi – Hayley Carmichael, Kathryn Hunter e Marcello Magni – si pongono. Perchè abbiamo dedicato tanta vita al teatro? Che senso ha fare teatro?

Che senso ha fare teatro?

Ci sono diversi approcci alla recitazione. Ed una stessa emozione espressa sul palcoscenico può essere suscitata da esperienze totalmente diverse. Così a muovere alle lacrime può essere un episodio per altri banale, ma profondamente sconvolgente per la psiche dell’attore che sta recitando. Oppure è l’approfondita conoscenza della psicologia del personaggio a permettere all’attore di recitare quella particolare emozione. Come è meglio recitare uno stato d’animo?

La dialettica tra vita e teatro

L’esperimento che inizia giocoso, coinvolgendo anche il pubblico sul palco, piano, piano, sul filo delle emozioni si trasforma in qualcosa di inaspettato e potente. Che gli spettatori vivono in prima persona, passando dal riso alla commozione. Alla fine di un’ora di viaggio sui quesiti che girano intorno al fare teatro, le risposte non sono dette, né scritte. E’ la dialettica tra vita e teatro che fa emergere alcune delle verità cercate. Ed il compito di trovare risposte, colmare quei vuoti, spazi bellissimi e necessari, è degli spettatori. Così ci pare almeno, quando ad irrompere sul palco è la memoria di Vsevolod Mejerchol’d, che fu allievo di Stanislavski, inventore della “psicotecnica”. E quando la vita ruba la scena al teatro altri perchè si mettono in viaggio.

“Il Teatro è un’arma molto pericolosa”

Perchè la furiosa repressione stalinista si è abbattuta sul genio di Mejerchol’d, che viene considerato il fondatore del teatro moderno, prima privandolo del suo teatro, poi, dopo terribili torture, della sua vita? Lo spettacolo si conclude con la lettura, da parte dei tre attori, della lettera scritta da Zinaida Reich, nell’ottobre del 1938, al suo compagno che da lì a poco sarebbe stato arrestato. Una lettera d’amore e di denuncia.

Uno spettacolo interessante, a tratti divertente, in altri momenti commovente. Un grande omaggio ai maestri di Peter Brook e ai quesiti che hanno attraversato la biografia stessa del regista britannico che nel marzo prossimo compirà 95 anni. Forse a penalizzare un po’ il lavoro nei teatri italiani, questa volta, sono i sovratitoli che, nonostante la bravura degli attori e la chiarezza del linguaggio, suscitano un’inevitabile curiosità, rubando attenzione ed empatia alla scena in corso.

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