“I testi che appaiono nei miei spettacoli sono tutti autentici”
Vittorio Pagani, danzatore e coreografo milanese, classe duemila, è tornato in Umbria, nella stagione di prosa e danza 2025/2026, con due lavori, A Solo in the Spotlight e Superstella. A distinguerlo, forse, è la sua capacità di offrire una prospettiva autentica non solo sul mondo della danza contemporanea ma sul faticoso mestiere del “farsi le ossa” in un ambito particolarmente competitivo, quello dello spettacolo dal vivo. Partito nel mondo nel 2018, con un’importante esperienza al Ballet Junior de Genève, esordisce nel 2021 con la sua prima creazione Around 5:65, che entra nella selezione per RIDCC2022. La sua formazione prosegue nel 2023 con la Laurea Magistrale in Expanded Dance Practice presso la University of Arts London. Nello stesso anno, crea A Solo in the Spotlights (selezionata per Resolution2023, la Vetrina della Giovane Danza d’Autore 2023 e Aerowaves2024), un diario tra palco e backstage sulla vita di un giovane performer da cui emergono, coraggiosamente, ostacoli e ambiguità del mestiere. Nel 2025 è il momento di Superstella. Qui, al centro di tutto è il processo creativo stesso. Danza, video, parola e campionamenti sono elementi di una partitura multimediale, anche paradigma di un nuovo vivere, sentire e relazionarsi dei nativi digitali. Quello che pare uscito da un incontrollato brainstorming, è frutto di un attento lavoro drammaturgico.
Quanto c’è di autobiografico nei tuoi spettacoli?
C’è molto, questo spettacolo (Superstella, Cantiere Oberdan. Spoleto, 15 febbraio 2026) nasce proprio dalla mia esperienza come performer, principalmente nel contesto di Ginevra e Londra, quindi, non in Italia. In realtà, tutti i testi e le mail che appaiono nello spettacolo sono autentici; riguardano esperienze personali o sono screenshot di mail che ho ricevuto. Alcune frasi mi sono state dette proprio da alcuni coreografi. Comunque, il pezzo è stato creato anche attraverso le esperienze di colleghi e colleghe che raccontano queste cose nel backstage.
Possiamo dire che proprio il backstage, il lato fuori dai riflettori, sia al centro della tua ricerca in questo momento?
Si, assolutamente.
Ne emerge una certa sofferenza, ed insofferenza, forse ricollegabili ad una diffusa tendenza a proporre troppo spesso il corpo come oggetto voyeurìstico, come qualcosa di separato da tutto il resto e quindi “mercificabile”?
Assolutamente. E quello che mi interessa analizzare è il motivo per cui io, in primis,mi sottopongo a questa cosa. Il desiderio di stanarmi dalle mie contraddizioni, tra esigenze dell’ego ed un pizzico di masochismo. L’intento non è tanto quello di criticare quello che succede ma più chi mette in atto determinate dinamiche. E quali parti abbiamo che, in qualche modo, senza colpevolizzare le vittime di determinate situazioni, facilitano, per così dire, un certo andamento. Il punto è mettere in questione la mia posizione riguardo a determinate dinamiche che io stesso posso istaurare nel presentarmi all’audizioni, nel presentarmi ad un coreografo o ad una coreografa in un determinato modo.
Quindi, sì, c’è assolutamente la mercificazione, sia in questo che dal punto di vista del performer. Sia in Superstella, dove è soprattutto a livello di creazione, come modulo quello che io produco, perché di produzioni in questo caso si parla, per istaurare o lottare contro determinate dinamiche o perpetrare determinate dinamiche. Quindi, in questo tematizzare la mercificazione c’è anche un domandarsi qual è il mio ruolo. Quanto accetto, quanto rifiuto.
Questa tensione tra palco e backstage emerge anche in altri tuoi lavori, ma come hai scelto la danza?
Come è successo anche a tante altre persone, si viene un po’ scelti dalla danza. All’inizio, è stato più un non posso farne meno, un qualcosa di naturale per me; un non sapere immaginarmi a fare nient’altro. E, quindi, adesso vivo un po’ anche questa disillusione, quella di vivere questo mondo da professionista chiedendomi se, forse, avrei potuto fare altro. Ma mi piace talmente tanto, nonostante riconosca anche i lati più scuri di questa professione e, anche a livello di formazione, è una cosa che so fare. Poi, però, non è neanche un ridurre tutto a “faccio questo perché non so fare nient’altro”, perché non voglio essere così riduttivo rispetto alle mie capacità.
Mettendo sulla bilancia sofferenza e soddisfazione rispetto alla professione che hai scelto, quale rapporto c’è?
Sta aumentando molto la gratitudine, nell’ultimo periodo, semplicemente al di là di quello che si riesce a fare. In questo momento mi trovo in una condizione di privilegio in quanto creatore dei miei lavori. Sono io a scegliere cosa va o non va in scena. La sofferenza che emerge dai miei lavori è qualcosa che non mi appartiene in quel momento, ma è comunque specchio di situazioni che vivo nella realtà. Diciamo, quindi, che c’è molta gratitudine perché della sofferenza reale riesco, in qualche modo, a fare arte.