I protagonisti della danza contemporanea
Intervista a Raffaella Giordano
La realtà è incredibilmente magica. A partire da quell’inafferabbile connessione tra corpo e mondo
La danza contemporanea in Italia deve molto a Raffaella Giordano, danzatrice, coreografa ed insegnante. Non solo per la sua libertà creativa ma per quella scrittura drammaturgica e coreografica del corpo tesa, ogni volta, allo scavo per la conquista di un gesto autentico, non mediato da sovrastrutture che ne opacizzano la forza espressiva e la carica comunicativa. Nelle sue opere si riconosce una purezza ed integrità che è metodo e approdo. Grazie ai suoi lavori e ai suoi laboratori si entra in una dimensione di dialogo con la danza, in cui la radicalità della sottrazione si sposa con una rinnovata capacità di ascolto di se stessi e del mondo.
In Tu non mi perderai mai, tornato al teatro Morlacchi di Perugia, a 20 anni dal suo debutto, con due repliche l’8 ed il 9 maggio scorsi, colpiscono la grande intensità emotiva e la qualità dinamica del gesto, tra l’estendersi verso l’infinito e il riavvolgersi nell’intimità del corpo. Ne rivelano un carattere celebrativo. È in atto una dialettica degli opposti fra individuo e mondo, fra corpo e natura, da cui scaturisce il tocco, come unità minima e principio trasformativo, frutto di un connubio, di un momentaneo superamento dei limiti. La relazione con il corpo si propone qui come ontologia, come condizione attraverso cui esperiamo l’esistenza?
Quello che si descrive a parole come opposto, interno ed esterno, è una condizione che il corpo, nella realtà del suo viversi riesce ad abitare senza opposizione. Sono stati, intrinsecamente, complementari per il corpo. Il desiderio che avevo era di accompagnare il pubblico, gli astanti, l’assemblea, a vivere insieme con me questa esposizione, una esperienza percettiva, ad essere presenti nella durata e anche in quello che chiamiamo vuoto, ma che vuoto non è, come ci raccontano le frontiere della fisica. E, quindi, un forte desiderio di cogliere l’unione da un punto di vista esperienziale, fisico, non intellettuale.
Che poi sono collegati, in qualche modo…
Certo, ed è importante per questo che ognuno abbia una sua sensibilità, un suo ambito di ricerca specifico per poi entrare in una dimensione comune, una rete che tutto comprende. La realtà è incredibilmente magica. Danzando potevo sentire lo smarginamento assoluto del limite del mio corpo.
Una parola molto evocativa, smarginamento…
È come se si sfondasse una porta e si aprisse un campo molto più largo, un campo di appartenenza dove tutto è compreso, dove si arriva a percepire di essere fatti di una stessa sostanza. È qualcosa di inafferrabile che va al di là della sensazione stessa, quasi un miraggio. Ma, poi, rimane un grande afflato e la certezza di un ordine di misura, di una dimensione verso cui tendere, dove l’anima si nutre e si allarga. Nonostante questa estensione percettiva tutta rivolta ad una penetrazione tra i differenti stati della materia fino alla sua più piccola e invisibile parte, il lavoro è sempre rivolto alla concretezza della materia, allo stare dentro il corpo, a partire da ciò che c’è, che si rivela nel suo lato tangibile, presente. Si entra in sé, in una intimità profondissima ed è un dialogo continuo a diversi livelli, che lascia la porta aperta. Non esiste un dentro senza un fuori, un fuori senza un dentro, non so come può essere per le altre forme di vita e i minerali e i vegetali. La relazione con il corpo è viva, in relazione perenne, consapevole che in larga misura non abbiamo creato noi questo corpo, ma siamo responsabili di abitare la nostra parte.
Mi verrebbe da eccepire che questo particolare stato di dialogo continuo tra interno ed esterno è, forse, un’esperienza comune ai danzatori, ma per l’individuo comune tali categorie sono molto spesso in tensione fra loro.
Tutti partecipiamo di questa realtà, anche il danzatore vive questa tensione e. È una pratica gioiosa, dolorosa, benefica e creativa “tirare fuori” dare forma e riconoscere che il problema forse, sta nella nostra concezione di materia come qualcosa di inerte. La materia è attraversata da molto altro. Per questo si può manifestare questo smarginamento, questa sensazione di partecipazione questo essere anche oltre, che restituisce alla materia la sua parte più fine e sensibile, diventa veicolo di trasmissione e la si conosce in maniera più estesa, è una apertura. E, allora, un altro sogno in Tu non mi perderai mai, era quello di intimità estesa, di estendere il più possibile questa intimità, che parte da un nucleo interno profondo, per poi aprirsi all’universo.
Nei lavori precedenti, partendo da Quore, manifesto giocoso dell’inquietudine del vivere, del perenne conflitto con le identità imposte, per poi passare a Celeste, in cui, al contrario, si celebra una ritrovata armonia, uno stato di grazia e corrispondenza con il mondo naturale. In Tu non mi perderai mai, sembra trovarsi una maturità, una ricchezza di tematiche che ne fa quasi una summa degli altri lavori.
È possibile, la scrittura di questo solo coglie forme semplici e primarie, lavorando su assi elementari del movimento, anche Quore, dove uno dei temi fondamentali, era la disidentificazione dell’idea di sé, come hai detto tu, era una esperienza di smarginamento, c’è un’esplosione dell’identità che si manifesta attraverso l’errore. La danza era quasi assente, il movimento travolgeva tutto, in bilico fra una maschera e l’altra, per guardare dietro.
… fondamentalmente, un lavoro di decostruzione.
Sì, e in Tu non mi perderai mai, c’è come l’individuazione di un punto essenziale, un punto cardine, di valenze rincorse della nostra esistenza, del nostro esserci, di valori del teatro e della vita, attraverso una presenza che si manifesta in una maniera più pura. E, poi, si compie questo abbraccio, questo cerchio che si scioglie e si apre alla sala e alla scena. Ed è uno spazio unico. Le contrazioni ed estensioni di Tu non mi perderaimai sono il battito del cuore in Quore. Sì, te lo confermo, è così. Considerando anche Cuocere il mondo, il successivo (a Tu non mi perderai mai), ispirato all’ Ultima cena di Leonardo, sono parte di una stessa famiglia, una sorta di finis terrae, di una lunga pratica di indagine sulla lingua fino a quasi farla sparire. Sarei, poi, volentieri rientrata nel gioco del teatro ma non ho avuto più la forza, né le capacità di trovare il sostegno; era un modo di lavorare estremo. E, poi, con Celeste mi sono rivolta all’amore profondissimo e assoluto per la danza, come un grande inchino, un grande ringraziamento per la natura di questo movimento, flusso. E lì, tutta questa indagine esagerata è rientrata in assi un po’ più leggibili.
In Celeste Carolyn Carlson e la sua poetica sono molto presenti.
Sì, perché lei è nel mio cuore. È stata la mia porta di accesso, una madre maestra che mi ha dato tutti gli strumenti per imparare a muovermi. Mi ha aperto un mondo e indicato la strada e le qualità portanti del lavoro; il tempo, lo spazio, la forma il movimento perpetuo. Quando l’ho incontrata ero veramente tabula rasa, solo esisteva il mio desiderio profondo di danzare, da sempre.
Invece, l’altra eredità, quella di Pina Bausch dove la senti più presente?
Anche lei è nel mio cuore, con pudore e riconoscenza altissima per avermi dato il senso di umani sentimenti, per la sua altissima capacità di averci raccontato la commozione di esistere su questa terra, i sentimenti di questo canto lirico che sprigiona dalla sua scrittura.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio al processo creativo nel tempo, a partire dalla scrittura del gesto?
Si è rafforzato nella fiducia. Tutti gli spettacoli sono stati dei momenti di crescita, specchi di evoluzione, ognuno a suo modo. Un viaggio lungo ed emozionante di integrazione e scoperta di come si si apre lo scrigno della creatività e di come si affrontano i conflitti, le relazioni, se stessi. Nel percorso, ho sempre alternato momenti in cui frequentarmi in solitaria, a momenti di gruppo. Ogni spettacolo riguardava la messa a fuoco specifica di questioni aperte, di grandi temi sempre presenti, seguendo forme diverse di scrittura. Ad esempio, in La Notte trasfigurata e il Canto della Colomba , su musiche di Schönberg, ho iniziato a creare partendo dalle prime note e poi sono andata avanti, altre volte non fissavo bene e rimaneva il rischio del canovaccio, per altre ancora era come fare delle grandi traversate in mare aperto per poi iniziare a comporre, oppure aspettavo all’ultimo che si creassero quasi da soli. Con la fiducia che è diventata sempre più radicata, ho continuato a preparare il terreno, affinché le cose si possano comporre lì dove devono comporsi.
Tra le varie interpretazioni possibili di Tu non mi perderai mai, ispirato al Cantico dei cantici, che debuttò a Milano nel 2005, c’è anche una possibile lettura che riporta alla guerra, anche per la presenza di diversi elementi: dagli abiti alla striscia di terra.
Non ho pensato alla “guerra”, non è stato un tema da cui sono partita, ma nel processo si è manifestato il tema della morte e dell’ assenza, di chi non è più. Se leggi la mia poesia, che è un po’ la poesia madre dello spettacolo (reperibile sul sito), ci sono delle chiavi di lettura. Lo spazio che sa delle cose che noi non possiamo sapere, ma possiamo metterci in ascolto. Che tutto l’esistente che non è più, è come se fosse ancora un suggeritore. Che la mancanza è costitutiva dell’essere e che noi in fondo, navighiamo con i morti. No, la parola “guerra” non l’avrei detta così, ma quando i lavori sono trasparenti come questo, sono come delle finestre aperte e quindi non esiste una lettura sbagliata. Ma esiste la possibilità che qualcuno colga delle radici, come stai facendo tu. Per ogni spettacolo, è come andare a pesca, si costruisce una rete e in quella rete prendono forma determinate cose guidate dalla tua evoluzione del momento, da ciò che passa, che si dice casuale ma non è mai casuale, da ciò che attiene al magnifico amore per quella lingua. E quindi la lingua del corpo con tutte le sue tradizioni rinnovellate il più possibile. E poi, c’è quello che viaggia nella vita in assoluto, temi forti, e quelli vengono in qualche modo convocati, attraversano lo spazio, sono come dei fantasmi che passano.
Progetti attuali, futuri? A cosa stai lavorando?
Alla mia vita, non più verso una creazione per il teatro, ma non si può mai dire..l’ultimo progetto di formazione che ho curato, “Il coraggio di essere, valori e moventi di un corpo nel teatro di oggi”, mi ha permesso di vedere uno spazio di approdo come possibile sintesi di un lungo cammino, è stato molto bello. Sono riuscita attraverso questo bando Siae a fare un percorso, breve, di 20 giorni divisi in tre moduli, con un ristretto gruppo di sette danzatrici e tre dramaturg. Ci siamo inoltrate nell’intelligenza del campo, abbiamo realizzato una piccola apertura ed è stato molto emozionante. Anche il tempo vissuto insieme a Stefania (Tansini, l’interprete di Tu non mi perderai mai) è stato un vero tempo di grazia reciproco e una grande opportunità per riabitare un vissuto intenso con una nuova prospettiva attraverso di lei. Stefania si è disposta verso questo cammino con grande resilienza e rispetto per il lavoro, fiduciose ci siamo rivolte esclusivamente e fedelmente alla scrittura, senza considerarla una interpretazione piatta. Abbiamo fatto affidamento dimentiche di una salvaguardia che è identità. Tu ti manifesti, a patto che riesca a emancipare al massimo la tua energia profonda e in questa direzione abbiamo lavorato. A Perugia abbiamo fatto un ulteriore grande passo in avanti nelle due repliche. Non è evidente abitare Tu non mi perderai ma, proprio per la sua trasparenza, per la sua richiesta di massima esposizione, di ricognizione di un campo che va da quella precisione millimetrica fino al tentativo di percepire largo largo. A Reggio Emilia, il direttore di Festival aperto ha invitato sia E tu non mi perderai mai che il nuovo assolo di Stefania, Madelaine. È stato anche grazie alle persone che si sono avvicinate al lavoro che ho potuto sviluppare il mio cammino di ricerca, tutto è partito da lì. Sarei rimasta volentieri ad indagare, ad ascoltare questa intelligenza che ci attraversa e si manifesta piano piano quando le facciamo spazio. Ed è infatti quello che è mutato più di tutto nel cammino, la fiducia. Adesso, mi piacerebbe scrivere ma è come scolpire un marmo durissimo; tradurre a parole in un linguaggio diverso ciò che vive il corpo è un compito arduo.