Elia Pangaro

Elia Pangaro

“La danza contemporanea non ha bisogno di interpretazioni didattiche ma della disponibilità di abbandonarsi ed accogliere. Un corpo che danza è molto più diretto di un testo di prosa. E questo è già pieno di senso. “

Dai Canti orfici di Dino Campana al futurismo italiano, con al centro una costante ricerca su identità e relazioni partendo “dal corpo e la scena vissuti come luoghi di transito, memoria e metamorfosi” e un approccio multidisciplinare dove la contaminazione tra stili e linguaggi gioca un ruolo importante. A 29 anni Elia Pangaro, performer, coreografo e autore perugino, ha riscosso già una serie di importanti riconoscimenti portando i suoi lavori in molti teatri italiani ed esteri. Tra le tappe più importanti del suo percorso c’è Amoeba, (Tanzwerkstatt Europa 2022), con cui ha conquistato il premio “Miglior Danzatore” al Corpo Mobile Festival. Nel 2023 è stato il momento di Membrane, commissionato da Oaxaca City Performing & Healing Arts Festival e nel 2024, con Bolide/deus ex machina, ha vinto il Biennale College Teatro – Site Specific Performance entrando nella programmazione del 52° Festival Internazionale del Teatro di Venezia. Tra collaborazioni internazionali e nuove creazioni, nel 2025 con Chimera, Chimera è entrato nella rosa dei coreografi selezionati da Anghiari Dance Hub.


Come è stato il tuo percorso formativo?


Devo molto ad Afshin Varjavandi, a quel percorso formativo intrapreso con lui che definirei molto rigoroso e molto ampio, partendo dallo studio delle Danze urbane come discipline, con linguaggi come l’Hip Hop e l’House per arrivare, poi, alla danza contemporanea. Quegli anni di formazione sono un background prezioso che utilizzo nei miei lavori. A livello autoriale ho intrapreso un percorso differente, ma continuo a lavorare con Afshin come performer. Nel 2024 c’è stato l’incontro con Daniel Matos, coreografo e artista portoghese, con il quale ho collaborato come performer. È stato uno dei lavori da cui ho ricavato maggior spunti, soprattutto sul come lavorare come autore, su come si fa ricerca all’interno di un processo creativo, su come andare a fondo sui temi senza fermarsi alle idee iniziali. E, soprattutto, su come mantenere al primo posto quello che ci sta a cuore senza perdersi in tentativi di soddisfare le aspettative di altri.

Parlando di processo creativo, quale aspetto è secondo te più importante, soprattutto nel collegare la dimensione concettuale al movimento e nel determinare dove finisce l’uno e comincia l’altro?

Prima di tutto, ogni processo di creazione è diverso, almeno per me. Ci sono sempre diversi punti di partenza che richiedono metodi di lavoro diversi.

Per alcuni giovani coreografi, come te nativi digitali, la multimedialità non è solo protagonista del processo creativo, ma ricopre un ruolo importante anche in scena. Tu che rapporto hai con la multimedialità?

È presente nei miei lavori, penso ora soprattutto a Bolide, lavoro sull’accelerazione, sulle immagini, sul flusso ininterrotto di immagini. Tuttavia, pur essendo stata parte del processo creativo, non ve ne sono tracce nel lavoro che, rispetto alla multimedialità, si muove proprio all’opposto.

In Quasi niente N° 1, (presentato a Perugia, a Umbria danza festival, il 20 giugno scorso; danzatori: Elia Pangaro, Alex de Vries e Alice Raffaelli) la coreografia scende nel terreno sabbioso delle dinamiche relazionali offrendone una potente lettura sociologica in cui l’elemento acrobatico assume un ruolo paradigmatico. È la capacità di ricreare contesti dove la comunicazione diventa possibile, anche se mai semplice…

Il mio sforzo è stato quello di non usare altri mezzi se non il corpo, perché il corpo nella danza è la drammaturgia stessa. Questo si percepisce tanto in Bolide e in altri lavori.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Questo per me è un periodo molto pieno; sto avendo tanti lavori sovrapposti. Dopo Quasi niente N° 1, realizzato in collaborazione con Alex de Vries (e vincitore del bando DANCESCAPES di Danza Urbana), debutterà a novembre My body is made out of glass, un solo dove sono in scena con un musicista perugino, Jacopo Cerolini. Negli ultimi anni, però, stanno assumendo sempre più importanza le collaborazioni “fidate”, quelle che si sono consolidate nel tempo. A questo proposito sto cercando un dramaturg, mi manca la possibilità di avere un confronto durante il processo di creazione. D’altro canto, non è qualcosa che si può forzare, occorre trovare qualcuno con cui istaurare un sodalizio artistico in maniera spontanea. Mi piace molto confrontarmi con esperti di altri settori. Ad Anghiari, durante un’altra residenza, lo scambio
con una dramaturg ha dato una svolta al mio lavoro. Con Alex questa possibilità di confronto c’è spesso


Com’è la vita di un giovane danzatore e coreografo in Italia?

Diciamo difficile. Come giovane autore ti trovi veramente senza possibilità di avere una stabilità. Si dipende sempre dai bandi e dalle residenze, non c’è distribuzione dei lavori. Anzi, c’è un surplus dei lavori rispetto a stagioni di danza nei teatri d’Italia che sono praticamente inesistenti. È dura.

È aumentata la sensibilità rispetto alla danza contemporanea da parte del pubblico?

Ho l’impressione che si stia settorializzando, ma ogni tanto c’è anche qualche sorpresa. Mi capita di ritrovarmi in festival partecipatissimi anche da un pubblico di non addetti ai lavori. Cosa abbastanza rara, considerando che il pubblico della danza, molto spesso, è un pubblico di settore.

E questo, secondo te, da cosa dipende?

Non lo so, forse è una questione di educazione alla danza.

Il problema è più nella promozione e distribuzione o nella difficoltà di contattare un pubblico più vasto?

Un po’ di tutto. Anche se ci sono sempre più iniziative di formazione del pubblico che stanno funzionando. Anche l’accessibilità degli spettacoli, che ora sembra avere più attenzioni anche dal ministero, gioca un ruolo importante. Devo dire che a Perugia siamo abbastanza fortunati sul versante danza, anche rispetto ad altre città. Non solo Umbria danza festival, ma la promozione della danza a livello di Teatro Stabile dell’Umbria funziona molto bene, la risposta di pubblico è importante. Questo, davvero, non sempre accade anche in città come Milano e Firenze. Senza voler troppo generalizzare, né scadere nel campanilismo, parlo di esperienze che ho avuto in quanto pubblico. Per me, infatti, essere pubblico è importante quanto essere autore. Quando partecipo a delle sessioni di feed back, al termine di una residenza o di uno spettacolo, mi capita di sentire spesso richieste da parte del pubblico che vanno in direzione di una maggior univocità nell’interpretazione dell’opera. Volendo generalizzare, si chiede sostanzialmente di aderire ad un “format” che ne renda semplice la comprensione. Questo approccio non aiuta, però, a comprendere che è necessario aprirsi a più significati. Nella danza contemporanea, a mio parere, la libertà di inseguire la propria creatività è fondamentale. Fomentare l’aspettativa della totale trasparenza dei significati, quindi, non aiuta. Al pubblico, è richiesto, al contrario, di abbandonarsi, senza volere indagare necessariamente il motivo per cui una cosa ci piace. Decifrare completamente un lavoro lo priva del suo fascino. Il mio obiettivo come autore non è dare risposte, ma piuttosto lasciare delle domande, lasciare sempre qualcosa di aperto.

Come dialoga oggi la danza contemporanea con l’arte contemporanea? 

La danza contemporanea in Italia ed in Europa, è una delle arti più in contatto con l’arte non solo performativa ma anche visive. Nella ricerca nel contemporanea il domandarsi se si sta facendo danza o teatro pare spesso superflua. Con il teatro, poi, per me non c’è più una vera e propria distinzione.

E’ anche vero che se la parola diventa preponderante, la danza svolge un ruolo secondario.

E’ vero. Ma ci sono anche modi di concepire il teatro come una coreografia. Esistono allo stesso tempo spettacoli di danza dove il movimento non è presente, ma è presente solo la parola. Sono lavori concettuali che apprezzo. Il problema spesso è solo la catalogazione, non ci sono fondi per il multidisciplinare e quindi la scelta è imposta. Il lavoro a partire dal corpo, prima della drammaturgia, del concetto, è un lavoro essenziale che per me diventa commovente. Il linguaggio non verbale che parte dal corpo trascende un significato univoco e si apre a diverse possibilità di senso. Un corpo che danza è molto più diretto di un testo di prosa, forse perchè sono danzatore io in primis, ma è un qualcosa che mi arriva in maniera molto più diretta. E questo è già pieno di senso. Non c’è bisogno di altre spiegazioni. Poi, nel panorama contemporaneo si tende a spiegare ogni piccolo movimento. Ed è lì che diventa una creazione interpretativa didattica, costruita per diventare fruibile. Non c’è niente di male, ma risulta tanto riduttivo.