Il fiore che nasce dal sudore e divampa in un fuoco sacro
È un po’ più fresco a San Simone ed una ragazza continua imperturbabile ad allenarsi proprio sotto la cupola al centro del transetto, sullo sfondo dell’ampia abside dell’ex chiesa dei Santi Simone e Giuda, mentre il pubblico lentamente prende posto. È lì che venerdi 10 luglio (con repliche l’11 ed il 12) Rocio Molina ha portato il suo Ejercicios Hacia el Alivio (Esercizi per il sollievo), uno spettacolo che indaga il rapporto tra una danzatrice di flamenco e le sue creazioni rivelando una impetuosa dialettica tra corpo e mente, resistenza fisica ed intenzione. L’artista, leone d’argento alla Biennale di Venezia 2022, trascina il pubblico in una routine di esercizi dove il dolore è un fedele compagno di viaggio, la volontà una tigre da addomesticare ogni giorno ed il corpo, attraverso lo zapateado, uno strumento musicale da accordare prima che, attraverso le estenuanti sessioni di lavoro ritmico dei piedi volte ad ottenere precisione e velocità, torni ad essere un trampolino verso la libertà. Eppure, racconta la performer e coreografa, definita dalla critica internazionale la più importante danzatrice di flamenco dei nostri tempi, ogni giorno cominciare (l’allenamento) è una sfida. Ci sono modalità che aiutano, come iniziare piano piano, per lasciare il movimento crescere da solo. Del resto, ironizza, la danza senza fatica non si trova più in giro.
Quando entra in scena il celebre bailaor e percussionista José Manuel Ramos Oruco (compás) l’allenamento è finito e la danza già iniziata.
Prende piede, così, il corteggiamento tra il dialogo ritmico che sfida ed una sensualità dei corpi che unisce. La scena si popola anche di altri elementi, come la sedia in bilico o la sedia ritmica, che aprono il flamenco a linguaggi artistici contemporanei. Con incredibile potenza ed una forza primordiale che collega in un lampo le espressioni del volto alla gestualità del corpo, Molina si trasforma rapidissima nelle sue stesse figure: è cielo e terra, rabbia e anima, è l’orgoglio gitano stesso. Di questo si parla, non di estatici paesaggi ma del fiore che nasce dal sudore, dalla saliva in eccesso, dal dolore dei piedi. Dal fuoco che brucia inesorabile la danzatrice prima di divampare in una fiamma di energia che rende tutto più chiaro, anche ad un pubblico italiano meno esperto nel decifrare il flamenco, un linguaggio corporeo, verbale e musicale estremamente codificato e di antiche origini.