visual arts/danza contemporanea
“Molti dei luoghi che ospitavano linguaggi azzardati oggi non ci sono più”
Incontriamo Marco Valerio Amico, coreografo e danzatore a Perugia nella splendida cornice di piazza IV Novembre, mentre all’Auditorium Santa Cecilia di Perugia è in corso il secondo appuntamento perugino dell’installazione coreografica redrum. Al cofondatore di gruppo nanou, insieme a Rhuena Bracci e Roberto Rettura, (oggi non più parte della compagnia) sostituito da Bruno Dorella, musicista eclettico, nella responsabillità del suono, chiediamo come prima cosa, come tutto sia iniziato.
“Partiamo da un contesto di nascita che è il 2004, in cui la danza contemporanea e di ricerca ancora non è irregimentata e dove ci si ritrova con altri artisti che trovano nella danza contemporanea e di ricerca lo spazio per sperimentare diversi linguaggi. Non era inusuale provenire dal cinema, tanto quanto dal teatro, dalla musica live, o dal mondo della ginnastica artistica, ed incontrarsi sul terreno della danza contemporanea dove mischiare degli intenti. C’erano molti luoghi che ospitavano questo tipo di linguaggi “azzardati” che oggi non ci sono più. diciamo che noi siamo un po’ dei sopravvissuti di questa situazione che cercano di mantenere e continuare a praticare. Dal momento che mi nutro di cinema, tanto quanto di teatro, tanto quanto di arte e cultura, non vedo perchè debba disgiungerli nella creazione di una mia opera. Anzi, il tentativo di cercare sempre una sintesi tra le migliaia di influenze che subiamo, dai Miles Davis al Carosello di terza generazione, rientra nel percorso di ricerca.
Al centro di tutto ciò rimangono comunque la danza e i suoi linguaggi?
Ni, al centro è il corpo e la vicinanza tra i corpi. Il fatto che sia dal vivo è al centro. E che sia un’esperienza fisica sia per il danzatore e la danzatrice che per lo spettattore e la spettatrice.
Il corpo come medium che manipola, gestisce e che, a sua volta, viene influenzato dall’ambiente. Cioè, si crea una situazione transitiva tra l’interno e l’esterno per restituire un’esperienze collettiva. Come questa cosa possa rendersi sensibile e rimanere transitiva è il nocciolo della questione.
Quello che stiamo cercando di fare è che non ci sia un corpo egoriferito, capace di guardarsi solamente addosso, piuttosto che invece un corpo che è completamente speso fuori nel senso che non ha più un suo centro ed è all’inseguimento di un input che viene dall’esterno.
I danzatori come interagiscono rispetto a tutto quello che entra nello spazio scenico? Che tipo di struttura hanno?
Con i danzatori e le danzatrici si sono costruite una serie di istruzioni comportamentali. Questo vuol dire che l’obiettivo è portato avanti nonostante le interferenze. In situazioni come quella di uno spettatore che si mette in mezzo, occorre sapere come proseguire e “portare a casa l’obiettivo”.
All’intervista si aggiunge l’intervento spontaneo di Marco Betti, responsabile della danza al Teatro Stabile dell’Umbria, anche lui di passaggio a pochi passi dalla Fontana Maggiore.
“Secondo me, questo cosa qui è proprio quello che permette ai danzatori di essere sempre attivi e presenti. C’è bisogno, per poter agire in un sistema del genere, di un’attenzione continua che è rivolta sia alla composizione coreografica, alle indicazioni sul tipo di movimento che deve essere fatto, che all’ambiente intorno. E questo non è affatto scontato. Nel caso di una coreografia prestabilita, in spazi delimitati come un palco, non ci sono interferenze dirette e quello che accade al performer è molto diverso. L’essere continuamente attivo crea interazioni molto piu signficative nella prossimità, con chi è presente in quello spazio.”
Si può dire che si creano interferenze e connessioni reciproche, come le interazioni spontanee di alcuni spettatori che abbiamo visto oggi? E che queste interazioni diventano, in qualche modo, elementi drammaturgici dello spettacolo
“Assolutamente, certo!”
Proprio per questo, c’è la necessita di costruire una sensibilità che si affina nel tempo. Introdurre in questo sistema qualcuno oggi è complesso. I nostri danzatori (Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli, Marco Maretti) con noi sono “la materia sensibile e agente” di questo spettacolo.
Ho notato interazioni spontanee da parte dei più giovani, in particolar modo dei ventenni..
E’ un fenomeno che abbiamo notato più volte e abbiamo lasciato che accadesse, anche se in un solo caso sono stati oltrepassati i limiti, come il tentativo di fare sgambetto ai danzatori che abbiamo dovuto bloccare. Questo spettacolo ha avuto un debutto durato dieci giorni e la gente continuava a tornare. In un territorio piccolino come Ravenna avere gli impiegati bancari che tornano a farsi l’aperitivo e ad assistere allo spettacolo (in piazza) è stato un regalo enorme.
Fonti di ispirazioni da modelli simili?
Per me fu importantissima un ‘installazione di Peter Greenway degli anni duemila a Milano, dove c’erano appuntamenti performativi all’interno di un museo, così come Rhuena mi racconta sempre di un’esperienza che fece con Vargas a Rimini sul mondo dei tarocchi. Per non parlare di tanti immaginari cinematrogarifici che sono presenti nei nostri lavori, da Kubrik a Cronenberg.
Secondo te, cosa porta a casa lo spettatore quando esce da una vostra performance?
La mia speranza è quella di destare la meraviglia quella vera, quella in cui sappiamo che c’è una finzione in atto ma ci divertiamo veramente. Ce la metto tutta per suscitare un po’ di meraviglia ed il desiderio di tornare a partacipare a “quella cosa”.