arte contemporanea
Filippo Bettini, artista italiano scoperto in Cina
Interamente autodidatta, nato in una famiglia di maestri vasai, ha respirato l’arte sin da piccolo, fino a spiccare il volo .


Nato a Marsciano, in provincia di Perugia, noto nella Corea del Sud, dove vive per lunghi periodi da circa venti anni.
Venti anni di vita e arte in cui Filippo Bettini ha sviluppato un linguaggio raffinato, in continua evoluzione, che pare trarre la sua potenza proprio da queste radici euroasiatiche.
Come nasce la tua arte?
Nasce tutto per caso, io le chiamo rotture. Da un lato, è anche vero che il mio papà e la sua famiglia erano tutti vasari (Terrecotte Bettini) e che, quindi, di arte a casa mia si è sempre parlato da trecento anni a questa parte. Tutt’ora, gli zii ed i cugini fanno questo lavoro. I nonni, poi, hanno intrapreso un altro percorso.
E quindi, avendo conosciuto tanti artisti che frequentavano la mia famiglia, mi sono innamorato prima degli artisti. Poi, innescato dall’incrociarsi di “rotture” con determinate fasi della mia vita, quello che fino a quel momento era stato solo un hobby artistico, quasi uno sfogo, è diventato una professione, se anche questa è la definizione che possiamo dare dell’arte come scelta di vita.
Quando sono arrivate le prime mostre?
Le prime mostre le ho fatte in Cina, non in Italia, a Pechino, spronato da una grande curatrice che ha visto nei miei lavori qualcosa che doveva essere coltivato. Sono partito da lì, circa sei e sette anni fa e da allora sono andato sempre più in progressione.
Come definiresti la tua arte?
Non c’è una definizione, semplificando tutto quanto, parliamo di un astrattismo figurativo. Ma c’è un qualcosa che va nella distruzione. Cioè, io creo e poi distruggo e la distruzione diventa “quel preciso dettaglio”. Alla fine i miei quadri sono tutti sottoposti allo stesso processo creativo, se vogliamo una tecnica inventata da me che passa per distruzione e astrazione.


Più nello specifico, come operi?
Tutto inizia con l’innamoramento. Mi innamoro di qualche soggetto o anche un oggetto capace di darmi delle emozioni.
A questo punto, la porto in pittura e lì subentra il subconscio che scatena la distruzione. Non ha niente a che fare con rabbia o depressione o cose così. Mi piace portare questo elemento nelle mie opere, a volte le invecchio distruggendole invecchiandole. Altre, le distruggo vandalizzandole, come nel post-vandalismo, e così via. I processi di distruzione sono diversi. Può essere un lavaggio, o sottoporre un’opera agli agenti atsmosferici. A volte intervengo io, oltre il lavoro di distruzione che ha compiuto il tempo.
Come sei stato accolto in Asia?
A livello contemporaneo, mi baso sull’hub coreano, i miei lavori piacciono molto alle persone “non contemporanee”, fondamentalmente a quelle persone che si sono formate attraverso la loro avanguardia, quindi anche artisti che sono più vicini a questa tradizione. Invece, nel contemporaneo oggi, nel super contemporaneo, sono proprio come un salmone, nuoto controcorrente. Adesso, è stato superato anche il post-vandalismo e altre correnti.
In questi paesi sono determinanti quei gusti estetici che partono dalla ricerca della perfezione fino all’integrazione del cartoons, spesso pupazzetti nati da un immaginario onirico in cui la bellezza perfetta è un valore a sè stante.
Io, invece, vado “in distruzione totale”. Anche perchè, vivendo lì è nata la sensazione che spesso quel tipo di ricerca estetica mi sembra essere un po’ scollata, come se non rispondesse realmente alla società che hanno. C’è molto disagio che non viene captato dall’arte.
Nelle tue opere mi sembra ci sia questa intepretazione delle crepe come spazi di luce utilizzando anche l’oro. A questo proposito mi è venuto in mente il Kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare le ceramiche rendendo le fratture ancora più visibili tramite la pittura dorata.
Nei vasi sì. Molti dei miei soggetti sono stati vasi giapponesi, coreani, dell’impero Chosun. E, quindi, con lo sporcare e distruggere il quadro, togliendo e mettendo, faccio dei giochi di luce soprattutto sui vasi. Sul decoro meno. E’ un gioco di ombre e luci che nasce da una mia visione, non si parla propriamente di una tecnica in quel caso.
Che consigli daresti ad un giovane che sente di volere percorrere la sua vocazione artistica?
In questo momento, gli suggerirei di essere libero, a dispetto di qualsiasi sistema.
E’ un sacrificio immenso, è un percorso pieno di paure. Perchè viviamo in sistemi in cui si può avere tutto a patto di non uscire. Uscendo si rischia, infatti, di perdere tutto. Tuttavia, quando si ha meno, si è spinti maggiormente a conoscere se stessi, a fare dei viagggi dentro di sè e quindi a vedere e percepire le cose in modo completamente libero e pulito.