Il Balletto triadico di Oskar Schlemmer regala una notte cult a Spoleto

Il Balletto triadico di Oskar Schlemmer ed i 100 anni della Bauhaus

A 100 anni dalla fondazione a Weimar di quella Staatliches Bauhaus, fucina di idee per il cambiamento, a cominciare dall’architettura ed il design per coinvolgere poi teatro e danza, arriva al Festival di Spoleto il Balletto triadico di Oskar Schlemmer. E, oggi come ieri, continua ad emozionare.

E’ una notte cult quella che il Festival dei due mondi ha offerto al pubblico della sua sessantaduesima edizione . Al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, il 12 ed il 13 luglio, è andata in scena con il Balletto triadico la nascita di alcune delle più celebri icone delle modernità. Sia per la sua intatta carica dirompente che per il suo valore di documento della Modernità classica.

Valore artistico e bisogni sociali

Se nei primi anni Venti, l’esistenza di una cultura di massa chiamava in causa una pedagogia dell’arte che potesse fondere insieme valore artistico, bisogni sociali e funzionalità degli oggetti, il Balletto triadico – la cui prima rappresentazione ebbe luogo il 30 settembre 1922 al Landestheater di Stoccarda – creava risposte facendo propria la lezione delle avanguardie dell’epoca.

Parade ed il Manifesto della danza futurista

Già nel maggio 1917, a Parigi era stato presentato Parade, un balletto di Cocteau-Satie, con scene e costumi ideati da Picasso. Tra le novità i costumi manichino di due personaggi, incorporati in una struttura rigida di matrice cubista che lasciava libere le gambe e impediva clamorosamente la libertà di movimento nel suo insieme. Nello stesso anno, nemmeno due mesi dopo (luglio 1917), viene pubblicato il Manifesto della danza futurista di Filippo Tommaso Marinetti.

Il corpo umano ed il dettato delle forme

Teorizzata da Marinetti è una danza “meccanicista” che fa dell’astrazione del corpo sul modello della macchina il suo principale oggetto di ricerca. Anche nel Balletto triadico la difficoltà nell’indossare quei rigidi costumi-icona – ricostruiti da Ulrike Dietrich sulla base dei documenti originali d’archivio della Akademie der Künste – è implicita. Ma ciò, si argomenta, rende ancora più preziosa la danza al loro interno, una sfida ai limiti umani verso quelle geometrie cosmiche apparentemente irraggiungibili che solo il ballerino può accettare, trasformandosi in anello di congiunzione metafisico. Ed in effetti la danza concepita dal Balletto triadico non è fine ma mezzo, momento di studio della relazione fra figura umana e spazio. L’intento pedagogico, si dichiara, motiva quel dettato delle forme che costringerà il corpo a limitare sempre più i suoi movimenti epurando la coreografia della componente emotiva e quindi umana.

Le armonie nascoste

Una concezione antitetica rispetto a quella dei coevi Rudolf Laban e Mary Wigman per i quale l’inconscio giocava un ruolo fondamentale nella ricerca coreutica. Ma diverso è del resto anche l’intento del suo ideatore che, nell’opera coreografica in questione, si servirà della dolorosa decostruzione della libertà di movimento – a Spoleto sottolineata nella sua drammaticità dalle musiche di Hans-Joachim Hespos  – per liberare idealmente gli spazi alla ricostruzione di armonie nascoste. Tali armonie avevano il compito di facilitare l’individuazione della figura umana come “Mass aller Dinge”, misura di tutte le cose, per renderle percepibili ad una società di massa che, per la prima volta, aveva acquisito un ruolo nella storia umana .

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