umanità falena

Umanità falena nell’era del narcisimo digitale

Umanità falena, In girum imus nocte et consumimur igni (Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco) di Roberto Castello applaudito ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia

Consumati dal fuoco dell’ossessione, donne e uomini come automi in marcia. Zombie incatenati ad una notte incessante rischiarata solo dalla luce di flash che scandiscono le variazioni ad un unico, tragico, tema. Quo vadis cara umanità nostra? C’era una volta un’umanità senza scampo, ne rimangono pochi frammenti di negativi, fotogrammi da analizzare con una lente esistenzialista (ed un po’ decostruttivista), l’unica forse in grado di coglierne le evidenti aberrazioni senza scambiarle per scene di rito di una innocua movida notturna. Eppure In girum imus nocte (et consumimur igni) di Roberto Castello (Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco) -Produzione Aldes con il sostengo di Mibact e Regione Toscana – presentato ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia, non lascia molto spazio ad una diversa visione.

Umanità falena In girum imus nocte et consumimur igni

Bianco e nero non sono solo colori ma crononimi con una precisa specializzazione semantica. E se la sofferenza veste di nero, anche il bianco, suo opposto, non rappresenta la catarsi ma se mai la luce della verità sulla fine delle “povere falene”. Un flash che suggella fotogrammi di infernali passioni sottolineati dal rumore ipnotico di catene, incessanti ingranaggi che scandiscono il divenire di una eterna notte. Sguardi svuotati dalla privazione di senso, si alternano ad espressioni efferate, tra rabbia cieca e sgomento, orrore e follia. E come all’inferno, anche questi condannati rivivono in eterno gli inesorabili attimi prima della fine. Che quei volti trasfigurati dai richiami ad un espressionismo gotico, raccontino l’epilogo di ogni insana passione?

La danza delle falene

Non si sa e non è importante, forse. Ciò che importa è che qui la danza assolve ad una funzione drammaturgica importante. Grazie alla mostruosa bravura degli interpreti (Alice Giuliani, Giselda Ranieri, Ilenia Romano e Mariano Nieddu) si fa carico di comunicare con il corpo e la sua gestualità e con l’espressioni del viso – in un virtuosismo che è al contempo sforzo fisico ed emotivo – tutta la profondità di un’esperienza di schiavitù umana, consapevole o meno ma sicuramente fortemente condizionante per tutti. Rari sono invece i fotogrammi che raccontano attimi di un’allegria mai leggera. Quest’opera di Roberto Castello, premiato coreografo danzatore ed insegnante, tra i fondatori di sosta Palmizi e fondatore nel 1993 di Aldes, rispolvera le lezioni delle avanguardie del Novecento per raccontare tutta l’attualità di una crisi del soggetto mai superata, ma forse maggiormente esasperata dall’era della comunicazione digitale.

I selfie ed il consumo di sé

Arduo non vedere in quei frammenti di pellicola, fra “black” and “white”, anche gli autoritratti compulsivi che il narcisismo di massa impone come ultima frontiera del consumo: il consumo di sé. E se l’accettazione di tale fenomeno sembra pacifica, la risposta dell’arte qui vuole essere altro. E ci riesce. Quanto sia doloroso e disturbante il rivivere queste ossessioni con gli occhi di uno spettatore, nonostante la perfezione estetica, l’estrema cura delle coreografia e la bravura dei danzatori ed interpreti, lo ha testimoniato anche il pubblico perugino sabato scorso, emettendo un corale respiro di sollievo prima di dare inizio agli applausi scroscianti.

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